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EFP - FORUM NEWS - Dibattito: S. Benvenuto,L. Brusa, A. Di Ciaccia, F. Duro, G. Lo Castro, M. Montanari, C. Santini, G.Zani (italien)

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L'EUROFÉDÉRATION DE PSYCHANALYSE

LES ÉVÉNEMENTS – THE EVENTS 

Forum Européen de Milan

Dibattito

L’Europa manca del significante vuoto

Sergio Benvenuto *



Quando nel 2014 si affrontarono le squadre di Argentina e Germania in Brasile per la conquista della coppa del mondo di calcio, tra noi amici italiani si chiese per chi si tifasse. Io dicevo: “Parteggio per la Germania, perché sono europeo”. La cosa creava sempre dello stupore, nessuno pensava che l’essere europea fosse per un italiano una ragione sufficiente per sostenere una squadra sportiva. Credo che nelle preferenze sportive si esprima molto più inconscio, non solo politico, che in tutte le analisi dei flussi elettorali. Sarebbe il caso di analizzare seriamente, da analisti, perché certe nazioni godono di pregiudizi favorevoli, ed altri sfavorevoli.

I padri fondatori dell’Europa – come Schumann, Adenauer, Monnet, Spinelli – pensavano che occorresse cominciare dal libero scambio economico per giungere un giorno, via via, agli Stati Uniti d’Europa. Per qualche decennio la strategia ha funzionato, oggi però ci pare di aver messo il carro davanti ai buoi. L’Unione Europea resta soprattutto un’unione economica, essa non è né politica né direi simbolica (in senso lacaniano), non ha S1 (significante-padrone). Non parlerei nemmeno di amore od odio per l’Europa: parlerei piuttosto di indifferenza. Certi paesi europei possono anche essere molto simili, ma perché tutti sono più o meno americanizzati. Gli Stati Uniti (e in parte la Gran Bretagna) restano il centro anche spirituale dell’Occidente, non certo l’Europa. Tutti imparano l’inglese, ma non perché sia una lingua europea, perché è la lingua degli scambi internazionali. E difatti si stanno affermando in Italia feste tipicamente americane come S. Patrizio e Halloween; non mi risulta che in Italia si adotti la festa della presa della Bastiglia del 14 luglio, o la festa svedese di S. Lucia del 13 dicembre, né l’Oktoberfest bavarese… I paesi europei convergono in una comune americanizzazione, ma raramente si guardano reciprocamente.

L’Europa è odiata piuttosto come meccanismo politico, perché non esiste alcun leader eletto d’Europa. Personaggi come Juncker o Draghi o Tusk non sono stati eletti dai cittadini, sono percepiti come dei burocrati cooptati da un’oligarchia politica. L’Europa esisterebbe se avesse quel che Ernesto Laclau ha chiamato significante vuoto, incarnato di volta in volta da un presidente, un re, una regina, un cancelliere…. Non esiste invece un capo dell’Europa eletto dal popolo, né mai ci sarà, perché in Europa si parlano almeno 24 lingue. Un leader eletto dell’Europa dovrebbe parlare correntemente le 24 lingue europee, condizione per essere amato od odiato da tutti… Ma non amiamo né odiamo alcun leader europeo, percepiamo ciascuno di essi come un intruso. Di fatto, ci interessiamo a quel che accade in America, in Inghilterra, persino in Russia, ma nessuno di noi si occupa minimamente di quel che accade in Estonia, Lituania, Cipro, Slovenia, Slovacchia… La maggior parte degli europei non sanno nemmeno quale sia la capitale di questi paesi, mentre tutti sanno chi ha vinto gli ultimi premi Oscar e come è composta la famiglia Trump. Gli italiani poi, che sono uno tra i popoli più ignoranti d’Europa, per lo più non sanno nemmeno quali paesi compongono l’Unione e quali usino l’euro.

L’attuale attacco di molti contro l’Europa come macchina politico-economica non è tanto quindi un atto di odio verso l’Europa delle nazioni (di cui non importa nulla a nessuno), quanto un corollario del dilagante populismo, che consiste essenzialmente in questa narrazione-opposizione: “la gente comune versus i politici”, o “gli elettori contro gli eletti”. Le istituzioni europee sono aborrite come sedi degli eletti, di una “casta politica”, e per ogni populismo “i politici” sono il Male assoluto. Il Male è chi la gente ha eletto – il che la dice lunga sulla crisi della democrazia. Il populismo è il sintomo di un disfacimento della democrazia, perché contrappone elettori a eletti.

Non esiste un esercito europeo, ovvero non esiste una politica estera europea. Una nazione esiste solo nella misura in cui ha una politica estera, non venti. C’è un esercito quando qualcuno è disposto a morire per un paese, ovvero per un Significante, ma chi è disposto a morire per il significante Europa? Il risultato è che l’Unione Europea resta pur sempre un gigante economico, ma un nano politico e militare.

Se l’Europa non troverà un significante vuoto che le dia sostanza politica, prima o poi si disgregherà. Diventerà una semplice unione economico-finanziaria di paesi, un po’ come lo sono oggi la Svizzera, o il gruppo Norvegia Islanda Liechtenstein (EEA, European Economic Area), paesi economicamente connessi all’UE, ma senza farne parte. Guarda caso, sono molto più prosperi dei paesi che ne fanno parte. Del resto, stiamo già scoprendo che chi è rimasto fuori dall’euro va economicamente meglio di chi vi è dentro – basti comparare la Norvegia della corona e la Grecia dell’euro.


*Psicoanalista e filosofo, ricercatore del CNR, redattore della rivista American Imago



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Indirizzo: Aula Magna dell’Università Statale via Festa del Perdono 7, Milano

Traduzione simultanea in inglese, francese, spagnolo e italiano.

Data: Sabato 16 febbraio 2019

Orario: 9.00h -18.30h

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Deutscher Buchpreis 2017: La capitale

Luisella Brusa


Quale libro hanno premiato i nostri vicini europei di Germania come miglior libro del 2017? La domanda non è futile. I libri che hanno successo in un paese, così come la stampa locale, danno il polso del pensiero condiviso. E soprattutto quando toccano temi politici è interessante conoscere come la pensano i vicini. Ebbene nel 2017 La capitale di Robert Menasse ha vinto il Deutscher Buchpreis, il premio letterario più prestigioso per gli scrittori di lingua tedesca. È un successo editoriale. 

Poiché la lingua rimane un confine molto netto all’interno dell’Europa, ciò che si discute nel dibattito politico del paese più potente dell’Unione rimane ignoto a tutti coloro che non ne conoscono l’idioma. Purtroppo la stampa degli altri paesi si premura di informare solo su ciò che è consono alla linea editoriale della propria testata. Così, l’ignoranza del discorso dell’altro lascia spazio alle proiezioni e ciascun paese può immaginarsi il vicino secondo i propri stereotipi. Fortunatamente in questo caso la traduzione in italiano per Sellerio ha reso più accessibile questo primo romanzo sulla capitale dell’Unione europea. Di fatto un saggio politico su sogno e realtà dell’Europa di cui discutiamo. Reso assai divertente dalla leggera ironia della scrittura, il romanzo non è privo di una certa consapevolezza del momento tragico che la storia europea sta per attraversare, ma anche di compassione per le passioni e le meschinità dei personaggi e per la loro umanità così normale. Sono tutti anonimi protagonisti della reale cos/dis-truzione del progetto europeo. 

Il professor Erhart è uno di loro. È un eminente economista che ha dedicato la sua vita a studiare le condizioni di possibilità del progetto di un’Europa unita. È molto preoccupato per la piega che hanno preso le cose e accoglie con impegno e speranza l’invito a far parte di un think tank di esperti per ripensare le condizioni di tenuta dell’Unione.

Ecco un collage di capoversi prelevati dal libro e buona lettura.

Il professor Erhardt divideva i membri del think tank in tre categorie: per primi i vanesi. D’accordo, vanesi erano tutti, compreso lui, in un certo senso. Bisognava precisare: i vanesi nudi e crudi. I think tank erano per loro importantissimi, sì, perché vi partecipavano. E con questo tutta l’importanza si esauriva, perché l’importanza bastava darsela e sprigionarla. Erhardt conosceva bene questi tipi, sapeva come bofonchiavano boriosi a casa, nei loro istituti universitari o nelle altre istituzioni con cui collaboravano: «Caro collega, domani del resto devo andare a Bruxelles. Lo sa, sono nell’Advisory Group del presidente della Commissione!». […]. In fondo erano innocui. Ma lo erano davvero? Nei gruppi come quelli, quando bisognava prendere decisioni, erano loro a formare la maggioranza.

Poi c’erano gli idealisti. Certo idealisti erano un po’ tutti. Lui compreso. […] Erano ovvietà che Erhardt aveva già discusso nel primo semestre di economia politica. In fondo si definivano idealisti solo coloro che non ricavavano nessun vantaggio dall’esserlo. Gli idealisti nudi e crudi. All’inizio erano stati i suoi alleati contro i vanesi, ma ben presto l’alleanza era andata a farsi benedire perché c’era sempre qualche aspetto, qualche dettaglio che andava contro il loro altruistico ideale. E allora abbandonavano il campo. […] comunque gli idealisti nudi e crudi non erano determinanti per formare una maggioranza. Erano troppo pochi. Di solito per formare una maggioranza bastavano i vanesi nudi e crudi. E comunque era singolare che gli idealisti di norma andassero d’accordo con i vanesi.

[…] quelli del terzo gruppo erano i lobbisti. […] per loro l’umanità e l’interesse comune erano solo qualcosa cui vendere quello che avevano da vendere. Negli Advisoy Groups non rappresentavano grandi gruppi industriali, ma le fondazioni di quei gruppi. […] qua e là avevano una grande utilità sociale, il professor Erhardt non lo metteva in dubbio, era una vecchia volpe lui, e non solo come economista, ma anche quando si trattava di acquisire finanziamenti esterni per la sua università. A mandarlo fuori di testa e a farlo disperare anche in quel think tank, però, era che ogni discussione a un certo punto si arenava e tutti finivano per ripetere il solito mantra: serve più crescita! Qualunque fosse l’argomento la discussione sfociava sempre nella domanda: come creare più crescita? […] Alla fine, ormai era lampante, il gruppo «New Pact for Europe» avrebbe consegnato al presidente della Commissione un paper con la proposta: bisogna creare più crescita.1

Sì, Erhardt era stato ingenuo. I lavori che aveva pubblicato negli ultimi anni avevano fatto sì che venisse invitato a quel team. Una cosa che aveva sopravvalutato. […] 

Ma così non funzionava. L’aveva capito fin troppo in fretta.

In ogni caso avrebbe tenuto il suo keynote. Ormai aveva accettato. Si era impegnato, e lui era una persona che rispettava gli impegni. […] 

Aveva completamente riscritto la sua relazione.[…] Aveva scritto un testo radicale. Per una volta aveva la palla. […]

Ansimava, si stringeva la borsa contro il petto, la borsa con il testo della conferenza che, in fondo, era un discorso sulla libertà. Sulla liberazione. O almeno un discorso di autoliberazione.2

Prima di concludere con la sua proposta Erhart osservò i compagni del gruppo. C’era qualcuno che immaginava il seguito? Dana sorrideva e lo guardava incuriosita. Stephanides teneva gli occhi puntati sulla finestra ostentando una noia mortale. Mosebach spippolava al computer. Pinto guardava l’ora. Ma dieci secondi più tardi, tutti fissavano Erhardt a bocca aperta. Esterrefatti. Tredici secondi dopo, la partecipazione di Erhardt, famoso professore emerito, al think tank «New Pact for Europe» era ormai storia passata.3



1 P.288 e seguenti.

2 P. 332.

3 P.383-384.


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La docta ignorantia

Antonio Di Ciaccia


Ce la farà la Vecchia Signora a risorgere? Tra pochi mesi sapremo se il futuro dell'Europa sarà quello di una vera ripresa, di una ripresina o, in modo più o meno mascherato, di una paradossale Eurexit. Paradossale sì, ma non impensabile.

Un tale pessimismo avrebbe le basi per poter dire che si tratta di un futuro possibile? Personalmente ritengo di sì. E lo ritengo possibile per il fatto che si assiste, in molti Paesi europei, a una specie di scaricabarile fra le diverse forze politiche circa le problematiche che assillano questa o quest'altra nazione per non dire l'intera eurozona.

Dare la colpa alle incapacità dei governi attuali - paradossalmente poco importa se di destra, di sinistra, di centroqualcosa, di populisti, sovranisti, nazionalisti - incapacità molte volte di un'evidenza accecante, non giustifica coloro che si erano arroccati al potere per decenni in forme più o meno democratiche, ma sovente di chiara tendenza di casta oligarchica nelle situazioni migliori, di malcelata ispirazione incuicista nelle situazioni correnti, per non dire - almeno in Italia - di inconfessabili intrighi e depistaggi che rivelano all'ignaro cittadino manovre di forze potenti ma occulte. In poche parole, se quelli attuali non vanno bene, nemmeno quelli di prima andavano bene.

A questo si aggiunga che le prese di posizioni di Organismi ad hoc non sono state praticamente mai all'altezza di individuare e di risolvere il problema. Per far paura oggi basta agitare lo spettro della Troika per riportare a miglior consiglio qualunque Consiglio dei Ministri.

Mi sembra di poter dire che il mio pessimismo sia giustificato.

Che fare davanti a uno scenario simile?

La risposta che si danno quelli stessi che si imputano reciprocamente la colpa è classica: il ricorso all'ideale. L'amore e l'odio sarebbero in prima fila per portare la soluzione: se questa Europa si porterà paladina di un ideale, allora l'ameremo (a condizione che questo ideale ci convenga); se questa Europa si arroccherà su un altro ideale, allora la odieremo (evidentemente se constatiamo che quest'altro ideale non ci conviene affatto). L'anfibologia del termine risiede su questo dato: l'ideale non risponde al Sommo Bene, il quale sarebbe quello di tutti e di ognuno, come un tempo si pensava o si credeva. Siamo all'epoca dell'Altro che non esiste, in un mondo in cui le segregazioni simboliche si sgretolano e al contempo si drizzano quelle reali - "reali, troppo reali", commenta Lacan nella sua Proposta

Forse, allora, non è tanto all'amore e all'odio le passioni a cui occorre volgersi, dato che l'amore prende troppo spesso la via della passione immaginaria e non già quella del dono attivo in cui dovrebbe consistere sul piano simbolico, e l'odio per giustificarsi si riveste nel nostro discorso comune di una quantità di pretesti e di "razionalizzazioni estremamente facili", commenta ancora, alla fine del Seminario I, Lacan.

Non ci rimane che volgersi verso la passione dell'ignoranza. Ossia, verso quella passione in cui ci si mette, ognuno e collettivamente, in posizione di ricerca della via verso un sapere che, senza alcun pregiudizio, metta in evidenza il reale in gioco.

Ricorrerò a Lacan per puntualizzarne due.

La prima investe la comunità umana in quanto tale, pur rivelando in ogni epoca, anche quindi nella nostra, dei risvolti legati alle situazioni contingenti. L'affermazione di Lacan nel suo testo Joyce il sintomo che "la storia non è niente di più che una fuga, di cui si raccontano solo degli esodi" e che "solo i deportati partecipano alla storia" è uno squarcio rispetto a ogni irenismo idealistico e ci fa vedere uno spaccato inedito in cui muri, steccati e mari risultano in ultima analisi effimeri rispetto al corso della storia umana, sebbene essi siano i nomi in cui oggi si materializza quella segregazione reale a cui Lacan dà il nome di campi di concentramento.

Ma questa incapacità di leggere la storia è condizionata da un altro fattore, anche questo puntualizzato a più riprese da Lacan. Si tratta del fatto che l'intrusione della scienza moderna pone dei problemi del tutto nuovi alle funzioni del potere, soprattutto nell'epoca del capitalismo. La scienza moderna è una valida alleata della realtà capitalista, la quale, per suo tramite, sa operare o manipolare il sapere. Ma il capitalismo ha completamente cambiato le abitudini del potere, le quali, se da un lato sono forse diventate più abusive, hanno comunque introdotto "qualcosa che non si era mai visto: il cosiddetto potere liberale". Questo potere liberale vuol semplicemente dire che colui che è al potere può rivelarsi un bravo o un inetto burocrate, dare le dimissioni o cambiare di casacca per farsi avvocato delle istituzioni che aveva prima contrastato, ma non sarà mai all'altezza affinché qualcosa cambi. Questo vuol dire, se leggo bene Lacan, che "il potere è altrove". Il vero potere è nelle mani della scienza. Tuttavia noi tutti saremo sempre più imbarazzati perché anche "dalla parte della scienza avviene qualcosa che supera le sue capacità di padronanza", dice Lacan nel suo Seminario Da un Altro all'altro.


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Un antidoto possibile all’odio

Francesca Duro


Se pensiamo ai totalitarismi del novecento, la vita dell’individuo è sottomessa all’ideale della Causa. L’imperativo è il dovere di annientare l’alterità dell’ebreo o del profugo che vive pensando a salvaguardare la propria vita. Cancellare la propria individualità in nome della Causa universale ci riporta al pensiero delirante della dittatura di Hitler, dove lo sterminio degli Ebrei nell’esaltazione della razza, è visto come un guadagno di identità.

J. Ortega y Gasset ci ricorda che nella massa si annulla la responsabilità personale e la violenza, consegnata al capo perché ne sia l’artefice, sembra non appartenere al singolo, assolvendolo dalla sua responsabilità.La modalità di colpire l’Altro, nella convinzione delirante del proprio fanatismo atto a ripulire il mondo, presente in molti politici sordi alle urla di disperazione che arrivano dal cuore del Mediterraneo, evidenzia un sadismo distruttivo nei confronti del diverso e in nome dell’ideale rende padroni della vita altrui per rifugiarsi nell’ipocrisia di una legge sull’immigrazione, che non dando cittadinanza favorisce clandestinità e sfruttamento.

Se la voce grossa che molti governanti mostrano, nascosti dietro precise scelte politiche dove la responsabilità assoluta attiene sempre all’Altro, ottiene consensi elettorali, è dovuta al fatto che il popolo si identifica al capo nell’interiorizzazione inconscia della legge dispotica del Super-Io, interpretata solo persecutoriamente. Di fatto sono all’ordine del giorno notizie sulla tratta dei migranti o di lavoratori migranti tenuti in condizioni disumane.

La fragilità dell’Europa denota una crisi culturale e antropologica in cui si stanno ignorando i principi fondamentali su cui essa stessa è stata costruita. Essa infatti nasce da un atto di rinuncia a una identificazione totalizzante alla propria nazionalità, di singoli paesi di ogni razza ed etnia, per costruire un’altra identità inclusiva di altre culture. Lungaggini in parlamento o difficoltà di un confronto di idee che vada a salvaguardare tutti, cela un tentativo non dichiarato di capri espiatori.

Ciò si inscrive in un’epoca che sembra aver perduto il senso del passato. C’è allarme di ritorno al fascismo, e chi assume il comando può, nella sua incapacità di ascolto e nel rifiuto del dialogo, esercitare abuso di potere, privando il diverso di libertà personale. Ognuno è chiamato a impedire che si perseveri negli stessi errori e a vegliare perché ciò non si ripeta. 

Il grande Altro di cui parla Lacan, ma anche l’uomo massa di cui parla di cui parla J. Ortega è una sorta di macchina parassitaria: quale invisibile impostura può divenire all’improvviso ben visibile ogni volta che riesce a serrare le fila e darsi un obiettivo. Sacrificare se stessi per un despota permette di conservare il proprio posto nel grande Altro, laddove non aderire ai suoi diktat o fanatismi sino a rischiare la propria vita, implicherebbe la perdita del suo sostegno e l’esclusione dall’ordine sociale incarnato dal grande Altro.

Pulsioni fondamentali quali amore e odio esercitano il loro ruolo nei giochi di potere tra le nazioni, ma la passione dell’ignoranza, del non volerne sapere, ha anch’essa un ruolo determinante nell’intreccio dei movimenti politici cui assistiamo. 

La difesa della democrazia in Europa denota giochi di potere che usano due pesi e due misure nella lettura degli avvenimenti, incapacità di volgere lo sguardo a una cultura in grado di trasformare valori che dovrebbero tenerci tutti uniti e di promuovere la dimensione dello scambio reciproco, dove la parola piena possa emergere e far sentire la sua voce verso l’inquietante massificazione di un pensiero populista, dove ostilità e intolleranza mostrano sempre più il loro godimento mortifero.

Si tratta si non lasciarsi sedurre dall’idea di un capo, il cui rischio è di livellare le coscienze ma ritrovare una nuova capacità di legame europeo legata al confronto e a una dimensione democratica della parola. La memoria di quanto è accaduto nei campi di sterminio potrà guidarci a includere modalità di leggi che portino ad un’Europa capace di avvicinare l’alterità dell’altro, includere l’eccezione, è la sola che possa impedire di perseverare negli stessi errori e ognuno deve avere il suo ruolo nel vegliare perché ciò non si ripeta in nome del despota.

Lacan parla di segregazione legata all’evaporazione del padre “… allora non funziona più la ripartizione dei godimenti, e la segregazione non più simbolizzata, si inscrive nel reale: il campo di concentramento ne è la forma più pura nella sua tragica realtà”.2

La psicanalisi può giocare la sua scommessa in ciò che nelle modalità politiche è in gioco tra le varie incomprensioni delle nazioni. 

Per Dostoevskij la bellezza salverà il mondo ma potremmo dire per parte nostra, che la presa in carico dell’orrore che la bellezza vela potrebbe aprire una via per costruire un antidoto all’odio. 


1 J. Ortega y Gasset La ribellione delle masse Il mulino

A. Di Ciaccia, Lezione I, in Amore domanda amore… Encore, a cura di L. Biondi, G. Pazzaglia, Panozzo Editore, 2018


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L’Europa Una? Sì, ma Uno per Uno

Giovanni Lo Castro



Amore e odio?

Cosa sono l’odio e l’amore? Sono vissuti primari, facce di una stessa medaglia. Li si incontra facilmente in chi non ha ancora avuto un pieno accesso al principio di realtà, o non ha ancora potuto maturare - o forse l’ha perduta - la capacità di sostenere il peso della complessa e meravigliosa realtà delle differenze. Della loro ineliminabile esistenza e del loro essere inattaccabili dal potere dell’Uno globalizzante. La natura mette a confronto e in competizione la molteplicità dei viventi, vegetali e animali che siano, non per amore o odio, ma: perché cosi va la vita. Noi umani ci riteniamo capaci di stabilire se una pianta è utile o inutile, brutta o bella o, addirittura, buona o cattiva, e possiamo privilegiarne alcune a scapito di altre, siamo capaci di creare “monocolture” e “monoculture”. Qualcuno direbbe che si tratta del ritorno all’uno dell’uguale. Ma la civiltà, contrariamente a quanto viene annunciato, è differenza, separazione, diversità non riducibile. L’Unbeagen in der Kultur, porta nell’etimologia del termine tedesco Kultur la radice indoeuropea Koll, in cui significato è: taglio, separazione, divisione. Da essa derivano i termini cultura e coltello. Il disagio della civiltà è un effetto del dover fare i conti con la differenza, ma anche il saperci fare con la complessità, con il limite posto dall’altro e con il reale della sua inassimilabile e irriducibile differenza, sino all’odioamorazione a noi ampiamente nota. 

Abbiamo, da una parte il disconoscimento della esistenza della diversità, sostenuto da un flebile moralismo buonista, irrealistico e strumentale e dall’altra la correlata denegazione sociale che sostiene il mito dell’uguale. Una combinazione che produce soggetti drammaticamente angosciati dall’incontro, inatteso e non simbolizzabile, con ogni forma di alterità; che irrompa dal loro mondo interno o che si presenti a minacciare l’insieme significante al quale il soggetto si identifica (nazione, cultura, religione, partito, ecc.). La diversità non nominabile, così come tutto ciò che è sottratto al simbolico, genera angoscia: se si afferma l’impero dell’Uguale, viene meno la bussola del significante. L’affermazione dell’Uguale nega il posto alla soggettività che il parlessere sostiene con le sue identificazioni. L’Uguale globalizzato, lungi dal pacificare e rasserenare con la sua positività, scrive Byung-Chul Han, produce terrore: il terrore dell’Uguale.1

Il mito dell’Uguale appare oggi un prodotto del tempo dell’Altro che non esiste - come J-A Miller e E. Laurent ci hanno da tempo mostrato nel loro Corso,2 è anche possibile spiegare, così, l’affannarsi dei “comitati d’etica”, oggi più che mai impegnati nel fallimentare tentativo di porre rimedio ad una angoscia dilagante. Ma cosa può un’etica che si sostiene sul mito dell’uguale? Come può aiutare il cittadino europeo a muoversi tra: l’angoscia della diversità e il terrore dell’uguale? Tra l’angoscia della separazione e il terrore della alienazione? Come potrebbe trattare il perturbante della differenza che s’incarna in ogni singolo individuo, in ciascuna singola comunità nel momento in cui si riconosce grazie a dei significanti, in ogni insieme di comunità, quando si aggrega per darsi la forma, e perché no, di una nazione? L’odio e l’amore testimoniano della difficoltà di accettare la caduta del mito dell’uno e dell’uguale, ma nello stesso tempo anche della necessità del riconoscimento e della difesa di quelle differenze che permettono a ciascuno di dirsi. 


Amore, odio e conoscenza

Per amare e odiare bisogna conoscere, ma cosa ne sanno, e come fanno a saperne dell’Europa i soggetti, i popoli che la abitano? Le occasioni di conoscenza estesa sono strutturalmente limitate. Ciò che è possibile osservare direttamente è solo il poco consentito dalla contingenza della propria realtà, mentre la gran parte delle informazioni giungono selezionate e mediate da sistemi di informazione, in alcun modo interessati, a tenere conto della realtà singolare di riceve l’informazione. Il precipitare d’informazioni cariche di valenze emotive, su popolazioni di soggetti sostanzialmente passivi e impotenti su gli eventi che vengono loro narrati, ne viola e ne forza il tempo logico e la soggettività, producendo reazioni di tipo sentimentale. Ma il sentimentale, “sentito” “mentale”, come dice Lacan nel Seminario XXIII, è “debile”, poiché è sempre riducibile all’immaginario,3 e la debilità - l’angelo della debilità umana del quale abbiamo avuto occasione di dire qualcosa4 - apre la via per il sentirsi e per il farsi vittima. E chi può negare alla vittima il diritto di difendersi, se può, da se, o di invocare una protezione da parte di altri? Impossibilitati a discriminare, ad esempio, se il gesto di un singolo che aggancia il suo atto pulsionale a una questione cosiddetta di “razza”, sia veramente, come la nominazione dei media enuncia: un “pericoloso attacco al cuore dell’Europa” (e quindi anche al mio, se mi sento europeo), e non piuttosto l’effetto di una psicopatologia individuale, il cittadino europeo non può non esserne angosciato.

Ma il principio di libertà dice che chiunque, nel nome del diritto di sapere e del “dovere di informare”, può disconoscere che le notizie che diffonde possono produrre gravi sofferenze in chi le riceve. Eppure tutti sappiamo che la narrazione della realtà non è mai oggettiva, e che porta sempre gli effetti della soggettività di chi la racconta, e della sua non sempre garantita “buona fede”. Come ignorare tutto questo? E ancora: come negare il diritto a difendersi, ciascuno per come può o sa fare, dalle fonti della angoscia: l’imprevedibilità della natura, la morte e … l’altro? Ci si meraviglia che vi siano narrazioni che suscitano reazioni di autodifesa e di “conservazione”, che si innalzano barriere e si erigono muri, anziché creare ponti. Si nominano queste risposte come non civili e non umane! Eppure si tratta proprio di questo: della più precisa espressione della fragilità umana.

Si invoca il diritto al rispetto della diversità e si descrive bene come la prima insopportabile fonte della angoscia è alterità che incontriamo dentro di noi. Ma cosa ci fa ritenere che il rispetto del “diritto alla diversità” debba riguardare solo il colore della pelle, del luogo di origine o delle disponibilità economiche, e non anche della temporalità soggettiva, della fragilità e della limitata disponibilità delle risorse necessarie per gestire le fonti dell’angoscia, che ci appartengono in maniera strutturale? Forse che qualcuno è in grado di dimostrare che le sofferenze prodotte dalla “povertà economica”, siano più insopportabili di quelle prodotte dall’abuso di un dire e di una narrazione che ignora sistematicamente i suoi effetti sul signolo soggetto e sul così detto “popolo”? Come mai ci si meraviglia se l’insieme di soggetti angosciati che lo costituisce, risponde con interesse al discorso dei “populisti”? E poi è davvero la soluzione migliore degradare la democrazia a “democratura”, per dare potere alla parola di chi dispone di maggiori risorse per fare fronte alla angoscia? O forse non sarebbe più opportuno tenere conto che, come per La Donna, non esiste l’europeo, ma gli europei, uno per uno. 



1 Byung-Chul Han L’espulsione dell’Altro, figure nottetempo, p. 7

2 J-A Miller e E. Laurent L’Autre que n’existe pas et ses Comitée de’Etique. 996-97, inedito

3 J. Lacan Il seminario Libro XXIII, Il Sinthomo, p. 35

4 G. Lo Castro, L’angelo della debilità umana, o la passione per farsi vittime, A. L. n. 23, p. 93.


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Parola e territorio

Maurizio Montanari


Che succede in Italia?’, mi domanda un collega elvetico. Siete diventati razzisti e odiate l’Europa? Gli basterebbe dare un’occhiata storica e clinica per capire che non si tratta dello spirare di un nuovo vento d’odio che spazza la penisola e produce torsioni persecutorie verso l’odiata Bruxelles abitata da torvi tecnocrati, quanto dell’affiorare di un’ antico linguaggio oggi di nuovo parlato. In Italia, e in parte del vecchio continente. E’ infatti difficile pensare che siano le parole di un ministro, ancorché gravi e incendiarie, a generare ex novo un sentimento di intolleranza verso chi chiede accoglienza, in una nazione che nel non lontano 1938 dava alle stampe una rivista come La difesa della razza. L’Ungheria di Orban, l’Austria di Kurz, il gruppo dei paesi di Visegrad che fa dell’euroscetticismo il plinto delle proprie fondamenta: li governano élites politiche non sganciate da movimenti popolari di chiara base xenofoba e avverse all’Europa.

La nascita dell’Europa unita e il conio della moneta unica hanno creato un linguaggio unificante, colmo di vocaboli economici, dimenticando forse di occuparsi di una riteritorrializzazione delle lingue e dei bisogni particolari dei singoli popoli, permettendo in tal modo neo formazioni politiche strutturate su fondamenta di odio paranoico munitesi di radici posticce (in Italia sono state a tal scopo costruire artificiali origini celtiche), di guadagnare consensi edificando un nemico, Bruxelles, luogo nel quale si anniderebbe l’origine di ogni problema particolare. Ha contribuito non poco a creare questa situazione l’aver pensato di poter equiparare ogni differenza sostanziale, ogni richiesta, ogni bisogno, uno per uno, secondo standard classificatori di ordine economico generalista. Una parte del corpo politico, incapace dell’ascolto singolare perché cristallizzato in una posizione di sapere supposto, non è riuscito forse a raccogliere le istanze particolari venute da ogni parte d’Europa, portando richieste inascoltate a fondersi un’ unica e generica richiesta di ‘cambiamento’, intercettata furbescamante ed artatamente dal fronte populista, non a caso dotato di una sola risposta totipotente capace di tacitare ogni interrogativo: il migrante e gli euro tecnocrati come colpevoli designati. In tal modo la ricetta dei populisti promette di superare ogni questione interna alle nazioni paranoicizzando la questione, definendo un nemico interno, Bruxelles, ed uno esterno, il migrante. Gli appartenenti a queste neo formazioni piu’ estreme interpretano le parole incendiare dei loro capi come ordini da eseguire, una lex che va al di la della legge degli uomini e delle regole Europee . Vivono gli incitamenti violenti come prova del fatto che l’odio che alberga nei loro animi altro non è che un mattone di un edificio più ampio nel quale essere finalmente accolti. A questo dobbiamo ascrivere il crescendo di azioni violente (spari, percosse, agguati, intimidazioni) dirette verso i migranti che hanno portato il presidente Mattarella a parlare di Far West. 

L’odio che questi autonominati difensori dell’‘Europa bianca’ nutrono verso chi proviene da altre culture, non è stato infuso da una qualche cattivo pensatore. Essi hanno invece scorto in un ordine simbolico, oggi sdoganato a livello Europeo, l’autorizzazione a far fuoriuscire dal proprio animo pulsioni virulente preesistenti, costrette per anni a vivere in sordina per il timore della reprimenda sociale, o della galera. Tenere l’Altro che emigra sotto lo scacco dell’angoscia, colpendone a caso alcuni membri, è ciò che fanno le reclute delle milizie xenofobe europee. 


Era il dicembre 2011 quando Gianluca Casseri uccideva brutalmente due uomini nativi del Senegal, per poi si togliersi la vita braccato dalle forze dell’ordine. L’obiettivo di quell’uomo erano i “neri”, oggetto di odio, il migrante come entità indistinta, un Altro da annientare falcidiando alcuni dei suoi appartenenti. Saverio Ferrari, esperto in tema di nuove destre, scrisse: “Attenzione perché è pericolosissimo derubricare il gesto di Casseri a follia ( ) così rischiamo di far cadere gli ultimi anticorpi alla deriva della destra xenofoba”. Casseri era probabilmente sano di mente così come lo era Luca Traini, il quale, nel febbraio 2018, scelse di mettere in pratica una personale vendetta, scaricando un’arma da fuoco verso alcuni immigrati ai quali “dare un segnale”. Anche in questo caso non un singolo migrante, ma l’Altro extraeuropeo. Hans Breivik, prima di compiere la strage di Utoya, viveva nella delirante convinzione di essere depositario di un qualche ruolo messianico di pulizia dell’Europa da ogni infiltrazione barbaro islamica. 

Per tutte queste formazioni, e per i loro appartenenti, Bruxelles è il Grande Architetto che programma le invasioni e mira a fra fallire economicamente le nazioni più deboli. 

Questo è il rischio insito nell’uso spregiudicato delle parole incendiarie oggi in gran voga tra i politici nazionalisti di Germania, Italia, Brasile, Ungheria. Proprio per questo è fondamentale che ciascuno dal proprio posto, secondo il proprio sapere, la propria professione, dia forza alla dialettica e al confronto che solo la parola non omologata può dare. Perché alto è il rischio di svegliare mostri dormienti nelle nostre città. I quali, poi, non accettano di essere rimessi a dormire, come avvenne per il Golem, ma continuano nella loro opera distruttiva.


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Educare all’amore per l’Europa?

Cristiana Santini


La mia professoressa di Italiano del liceo, negli anni Ottanta, ci parlava della Comunità Europea come di una evoluzione civile dei paesi, dei popoli. Sembrava l’inizio di una nuova era, fatta di pace, persone emancipate, corrette, positive. Era impegnata nel suo compito, noi annoiati. Ci parlava di qualcosa di lontano, ideale, ci giudicava se non avevamo il suo stesso entusiasmo. Solo gli studenti che si fingevano coinvolti da questa nuova era ottenevano i suoi favori, perché considerati più colti ed evoluti. Noi che ci entusiasmavamo di più per un bacio o uno sguardo, sopraffatti dal corpo, eravamo oggetto di scandalo o disprezzo per la nostra superficialità.

Oggi, ripensando a quel mio primo contatto con l’idea della Comunità Europea, mi chiedo come, e se, si possa insegnare l’amore per l’Europa e se abbia senso. 

Scrivo questo testo dal Brasile, dove mi trovo per una ricerca proprio sull’esperienza educativa di un missionario molto particolare, i cui scritti mi sono capitati fra le mani e mi hanno colpito. Si chiamava Don Paolo Tonucci e, nel periodo della dittatura militare, si impegnò molto affinché i poveri e gli emarginati avessero una coscienza civile, istruzione, ma soprattutto consapevolezza di se stessi, del proprio valore umano attraverso il racconto e la parola. Partendo dalle parole di questo uomo che inizia la sua prima lettera agli amici in Italia scrivendo: “avevo un sogno molto bello ma completamente sbagliato”, mi chiedo se anche il sogno dell’Europa sia molto bello ma sbagliato, soprattutto nell’idea che possa essere creata dall’alto piuttosto che dal basso, ossia che si possa imporre ideologicamente senza una cultura sociale, umana che la sostenga. Questo missionario arrivò armato di sapere, di buone intenzioni ma ben presto cambiò posizione, come scrive, si mise in una posizione di alunno e seppe farsi insegnare dalla diversità del popolo che pretendeva di aiutare. Mi ha colpito la testimonianza del sindaco di quel periodo, al suo funerale. Questi era un militare, suo acerrimo nemico perché lottavano su fronti diversi, Don Paolo in difesa dei poveri, il Sindaco in difesa della dittatura e dei privilegi dei ricchi, e disse: “vite come quella di Paolo, fanno l’esistenza umana più bella e infinita. Ci ricordano che in un mondo profondamente segnato dall’egoismo, dallo spirito competitivo che non riconosce il prossimo, dal predominio del mercato e della merce, possono ancora nascere persone che si lasciano inquietare dalla miseria, dalla fame, dall’esclusione di milioni di esseri umani dai benefici dello sviluppo. Vite come quella di Padre Paolo sono eterne, perché di lui si parlerà sempre, e sempre si dirà che seppe amare e che sapendo amare fu felice. E essendo felice fu umano.” Forse non solo egli cambiò la propria posizione ma seppe produrre cambiamenti, veri insegnamenti. Egli pensava di dover fare spazio dentro di sé, essere mancante, diremmo noi, affinché l’altro potesse rendere produttiva la propria mancanza, affinché si creasse una coscienza umana, un soggetto. 

La mia insegnante era di altra natura, predicava bene e razzolava male, parlava di pace e rispetto delle diversità ma non riusciva a sopportare che si avessero passioni diverse dalle sue, non considerava la contingenza fisica della nostra età ma soprattutto la sua era una passione intellettuale, senza amore perché senza corpo, quel corpo che non sopportava nei suoi allievi. Nessuno di noi è riuscito a provare amore per l’Europa, neanche quelli che la seguivano.

Perché ci sia insegnamento, ci vuole qualcuno che rinunci a essere confermato dall’altro, a essere riconosciuto e garantito, qualcuno che si sostenga sul proprio desiderio, la cui causa sia al di là della domanda d’amore, verso un orizzonte che apra spazi per altri desideri. Ci vogliono educatori che sappiano e-ducere, estrarre e non riempire, che facciano buchi nel pieno di un sapere ottuso e noioso, auto celebrativo che ormai si trova nelle scuole. Un sistema scolastico che non riconosce il soggetto non consente di fare esperienza della diversità, non prepara, non favorisce le esperienze relazionali, unicamente orientate su una logica competitiva ed esclusiva. Inevitabilmente prepara cittadini incapaci di cogliere il valore della cooperazione, della collaborazione, incapaci di collaborare, di lavorare, vivere nella differenza. Un futuro difficile per l’Europa, se continueremo a crescere giovani a cui chiediamo di essere poco umani e quindi poco capaci di amare e quindi poco felici. 


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L’Europa che verrà

Giuliana Zani


Gianfranco Pasquino, studioso e importante uomo politico italiano che abbiamo avuto modo di ascoltare in diverse occasioni, afferma in un’intervista1 che la crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni europee dipende, tra l’altro, dalla mediocrità degli attuali uomini politici dei vari paesi, deputati a far funzionare anche il sistema Europa: tutt’altra caratura rispetto a quella dei padri fondatori.

Da un pensiero politico debole risulta un indebolimento delle istituzioni, anche quelle europee, nei termini di credibilità ed efficienza. Sono deboli, private di un pensiero politico preciso e ‘sapiente’, nei confronti dei poteri economici (la Grecia svenduta ad aziende tedesche, ad esempio), incapaci di far fronte alla crisi con adeguate misure e ancor meno di rispondere all’angoscia che, come scrive E. Laurent, è proprio ciò con cui abbiamo a che fare attualmente2. La mediocrità media degli attuali governanti è proporzionale al volume delle voci con le quali proclamano la necessità di difendere gli interessi nazionali contro le ‘regole imposte dai burocrati’ dell’Europa. Indebolirne la rappresentatività e la fiducia sembra funzionare in termini di guadagni in consenso. I movimenti populisti si fondano sulla delegittimazione dei saperi, si entusiasmano nel mostrare l’impotenza di un pensiero politico ‘colto’. Che d’altra parte, come si diceva, non è più il discrimine per scegliere i propri rappresentanti politici.

In Italia chi contrasta l’idea europeista in modo più sguaiato cavalca “il problema” dell’immigrazione: ‘l’Europa ci ha lasciati soli’ ad affrontare questa ‘minaccia’ alla sicurezza, al lavoro, alle risorse’…una vera campagna che a sua volta cavalca le angosce e le paure reali. L’Altro che gode è continuamente evocato e alimentato: godono di noi, a nostre spese, privandoci del nostro, sia gli immigrati, il nemico interno, che gli altri stati europei, quello esterno.

I nostri attuali governanti hanno fatto mostra di forza di fronte alle regole europee rispetto alla recente manovra economica. Hanno sbeffeggiato, esultato, per poi accettare le regole e correggere drasticamente i conti. Il che non ha impedito un aumento dei consensi nei sondaggi. Hanno fatto ‘come se’ sfidassero l’Europa, hanno denigrato e ridicolizzato le sue istituzioni: una parata, un’esibizione di virilità. In Italia ha già funzionato, in passato. 

Anche per i fatti di politica interna prevale un atteggiamento di denigrazione rispetto alle istituzioni (vedi l’approvazione dell’ultima manovra economica senza discussione in Parlamento). Emma Bonino lo ha detto così: mai come oggi le istituzioni democratiche sono state umiliate. E rispetto alle ‘ragioni umanitarie’: le navi che raccolgono i richiedenti asilo devono restare in mare, un’altra parata a favore di quei cittadini (sempre più) che hanno finito per crederci davvero che gli immigrati costituiscono una minaccia alla sicurezza e all’economia. Facendo leva sulle paure reali, come la precarietà delle economie che fa sì che facilmente si possa perdere il proprio posto nel sistema e diventarne lo scarto, le si polarizza su oggetti reali. Gli immigrati non sono più il sintomo (di ciò che non funziona nel sistema capitalistico), che divide le coscienze, oggi incarnano ciò di cui non vogliamo sapere niente. Nessuna divisione soggettiva, l’inconscio non è altro che un processo neuronale: la politica della paura propone l’illusione dell’identità forte come soluzione all’angoscia. Un centro vuoto rifiutato che, come ricorda Lacan, se espulso dal simbolico torna nel reale3, anche sotto forma di violenza.

Le prossime elezioni europee possono essere l’occasione per arginare questa deriva così come potrebbero decretare l’inizio di un periodo buio. Sapremo mostrare che l’alterità non la si espelle dal proprio centro, sapremo suggerire vie alternative per rispondere all’angoscia e mostrare che dietro la parata c’è il nulla? Europa alle origini e nel mito, è femminile. Saprà continuare a esserlo?



1 http://www.confronti.net/confronti/2017/02/europa. Vedi anche G. Pasquino, L’Europa in trenta lezioni, Utet, Torino 2017.

2 É. Laurent, Il rovescio della biopolitica, Alpes, Roma 2017, p. 153.

3 J. Lacan, Il Seminario, Libro III, Le psicosi, Einaudi, Torino 2010, p. 16.


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Indirizzo: Aula Magna dell’Università Statale via Festa del Perdono 7, Milano

Traduzione simultanea in inglese, francese, spagnolo e italiano.

Data: Sabato 16 febbraio 2019

Orario: 9.00h -18.30h

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